Aridatece le scritte sui muri!

Aridatece le scritte sui muri!

Non ho sensibilità artistica. Di arte non ho mai capito nulla, mi sono sempre limitato a ciò che secondo i miei personalissimi canoni, ho ritenuto gradevole e degno di interesse. L’arte di strada non la capisco e faccio fatica anche a riconoscerla. Per me non hanno alcun significato quegli scarabocchi che vediamo sui muri. Per qualcuno anche quella è arte e sono consapevole che non la capirò mai. Ma non è questo il punto. Nelle nostre città è cambiato indubbiamente qualcosa negli ultimi venti anni e più. L’altra sera ero a riflettere su quanto sapessero parlare i muri delle città. Anche quelle che ho vissuto solo per qualche giorno, mi comunicavano un senso di vivo, di brulicante e di incredibilmente affascinante. Forse sono io che in virtù di quanto detto prima, non sono più in grado di capire il loro linguaggio. Può essere. Comunque ho l’impressione che le città non parlino più, che si siano chiuse in se stesse e che non vogliano più dire nulla poiché nessuno (o pochi) capirebbero. Come comunicavano le città? Attraverso i messaggi – sconclusionati, sgrammaticati e a volte violenti – che i suoi abitanti scolpivano sulla sua pelle, i muri. In pratica erano i tatuaggi che la città mostrava, magari potevano non essere artisticamente ben fatti ma erano splendidamente veri ed autentici. Quelle erano manifestazioni comprensibili ai più, descrivevano stati d’animo, delimitavano sfere d’influenza, passioni e rivendicazioni. In sostanza erano segni di un fuoco che ardeva sotto la cenere. Di sicuro arrivati a questo punto, qualcuno potrà dire che oggi i muri parlanti non sono più fisici ma sono divenuti anch’essi virtuali, e che questo è un connotato della post modernità che stiamo vivendo. Questa spiegazione però non fa svanire il senso di malcelata malinconia che mi ha preso, poiché chi pensa che il virtuale possa in qualche modo essere un sostituto del reale, anche in questa particolare situazione, non ha compreso un aspetto. Il tempo. Una scritta su di un muro di una grande città poteva durare qualche ora oppure vincere il suo tempo, superare la soglia dell’attualità e rimanere visibile ben oltre i termini voluti dall’autore. Ad esempio, ho letto abbastanza di recente scritte inneggianti alla “scala mobile” oppure sull’aggressione americana all’Iraq, e nonostante abbiano perso i connotati dell’attualità e siano una testimonianza di un passato apparentemente lontano, non hanno perso ne grinta e neppure ragione di esistere. Sono ancora lì, belle e sfrontate a testimonianza di quando eravamo capaci di lottare e vogliosi di comunicare anche in maniera non ortodossa. Non voglio fare del passatismo e comportarmi come tutti gli uomini di mezz’età, che passano il tempo a dire quanto erano belli i vent’anni. Non è il mio caso. Ma veramente qualcuno crede che un post sui social sia la trasposizione delle vecchie e care scritte sui muri? Ma li leggete mai questi muri virtuali? Prodotti in serie, a scadenza brevissima e soprattutto molto noiosi. Quasi mai nulla di cui valga la pena imbrattare un bel muro. Ho una gran voglia di rivedere quelle belle scritte, un segno di ribellione, forse segno di maleducato vandalismo ma incredibilmente romantiche. E non mi dite che ad oggi mancano gli argomenti su cui scrivere. In mente me ne vengono tre o quattro niente male. Purtroppo come dicevo prima, le nostre città parlano attraverso gli abitanti e a questo punto per decenza verso se stesse, decidono di riempirsi di ghirigori senza senso piuttosto che provare a lanciare messaggi che rimarrebbero inascoltati. La crisi delle scritte sui muri è la crisi dell’uomo della post modernità. Ma esistono ancora degli “uomini differenziati” e speriamo che un giorno non troppo lontano decidano di far sentire la loro voce, e magari anche la loro grafia.

Author: identita e territorio